Pignoramento presso terzi: di cosa si tratta?

Capita spesso di sentir parlare di pignoramento dello stipendio o del conto corrente, magari raccontato da un conoscente o letto in un articolo di cronaca, senza però avere ben chiaro come funzioni davvero questa procedura e, soprattutto, perché si chiami "presso terzi".

Si tratta in realtà di uno degli strumenti più utilizzati da chi vanta un credito nei confronti di qualcuno che non paga spontaneamente: invece di rivolgersi direttamente al debitore, il creditore si rivolge a un soggetto che ha in mano soldi o beni di quest'ultimo, come il datore di lavoro, la banca o l'ente pensionistico.

Comprendere le regole di questo meccanismo è utile non solo a chi deve recuperare un credito, ma anche a chi rischia di subirlo, perché la legge prevede precisi limiti e tutele per tutte le parti coinvolte.

Cos'è il pignoramento presso terzi

Il pignoramento presso terzi è una procedura con cui un creditore, che ha già ottenuto un titolo esecutivo che gli riconosce il diritto di agire (ad esempio una sentenza o un decreto ingiuntivo), recupera quanto gli è dovuto non prendendo direttamente i beni del debitore, ma rivolgendosi a un terzo soggetto che ha in custodia denaro o beni appartenenti proprio al debitore. Gli esempi più comuni riguardano lo stipendio versato da un datore di lavoro, le somme depositate su un conto corrente bancario o postale, oppure la pensione erogata da un ente previdenziale.

La disciplina di questa procedura si trova negli articoli 543 e seguenti del codice di procedura civile.

Chi sono i protagonisti della procedura

Per capire come funziona il pignoramento presso terzi è utile conoscere i tre soggetti che vi partecipano:

  • il creditore procedente, cioè chi avvia la procedura per recuperare quanto gli spetta;
  • il debitore esecutato, cioè la persona (o l'azienda) che deve dei soldi e che subisce il pignoramento;
  • il terzo pignorato, cioè chi materialmente detiene le somme o i beni del debitore, come il datore di lavoro, la banca o l'INPS.

Da quando riceve la notifica dell'atto, il terzo diventa una sorta di custode delle somme pignorate: non può più disporne liberamente, ma deve trattenerle in attesa di sapere come proseguirà la procedura. L'atto di pignoramento deve contenere alcune informazioni obbligatorie, tra cui l'importo del credito, l'ordine al debitore di non sottrarre i beni pignorati e l'invito al terzo a dichiarare cosa effettivamente detiene per conto del debitore.

Come si svolge concretamente la procedura

Dopo aver notificato l'atto, il creditore deve iscrivere la causa a ruolo, cioè avviare formalmente il procedimento davanti al tribunale, rispettando termini precisi stabiliti dalla legge.

Le riforme più recenti, in particolare quella conosciuta come riforma Cartabia e le successive modifiche introdotte nel 2024, hanno semplificato alcuni passaggi: oggi il creditore deve depositare la nota di iscrizione a ruolo entro i termini previsti dalla legge e gli adempimenti di comunicazione risultano in parte semplificati e digitalizzati.

Il terzo, a questo punto, deve rendere una dichiarazione: deve cioè comunicare al giudice se e quanto deve effettivamente al debitore. Se la dichiarazione è chiara e non viene contestata da nessuno, il giudice può disporre l'assegnazione delle somme al creditore, che così ottiene quanto gli spetta. Se invece il terzo non risponde oppure la sua dichiarazione viene messa in dubbio, si apre un piccolo procedimento apposito per stabilire con certezza quanto sia effettivamente dovuto.

Quanto si può pignorare: i limiti a tutela del debitore

Una domanda che si pongono in molti riguarda quanto stipendio o quanta pensione si possa effettivamente pignorare. La legge, infatti, non lascia scoperto il debitore, ma prevede dei limiti di pignorabilità pensati per garantirgli comunque un minimo per vivere.

In generale, per i debiti verso privati, si può pignorare fino a un quinto dello stipendio netto. Applicando questa regola a un reddito mensile di 1.500 euro, la quota pignorabile corrisponde a circa 300 euro al mese, lasciando al lavoratore la parte restante della retribuzione.

Un discorso diverso vale invece per i debiti verso il Fisco (ad esempio cartelle esattoriali), per i quali si applicano percentuali e regole specifiche, spesso più favorevoli al creditore pubblico, con meccanismi a scaglioni.

Per quanto riguarda le pensioni, occorre distinguere tra prestazioni di tipo previdenziale (come la pensione di vecchiaia), che possono essere pignorate entro certi limiti, e prestazioni di tipo assistenziale (come la pensione di invalidità civile, l'indennità di accompagnamento o l'assegno sociale), che invece non possono mai essere pignorate, perché considerate indispensabili per la sopravvivenza della persona.

Anche quando la pensione è pignorabile, prima di applicare il taglio del quinto viene comunque garantita una somma minima, calcolata sull'importo dell'assegno sociale, pari a circa 1,5 volte l’assegno sociale, così da lasciare al debitore un margine per le spese essenziali.

Cosa succede in pratica dopo il pignoramento

Una volta avviata la procedura, gli effetti non sono sempre immediatamente visibili per il debitore, ma si attivano in modo progressivo. Nel caso del pignoramento dello stipendio, ad esempio, il datore di lavoro inizia a trattenere la quota stabilita solo dopo l’ordinanza del giudice, versandola direttamente al creditore o secondo le modalità indicate dal tribunale.

Per il conto corrente, invece, l’effetto può essere più immediato. Se al momento della notifica risultano presenti, ad esempio, 2.000 euro e il credito vantato è pari a 1.200 euro, la banca può vincolare le somme fino a copertura dell’importo dovuto, nei limiti stabiliti dal giudice, che poi verranno assegnate al creditore a conclusione della procedura.

Hai bisogno di una consulenza?

Contatta lo Studio al numero:

(+39) 338 5368159